BIM e appalti pubblici: il nuovo regolamento - Smart Space

BIM e appalti pubblici: il nuovo regolamento

Il rapporto tra il BIM e gli appalti pubblici sulla base del Decreto Ministeriale n. 560 del 2017.

All’interno del nostro approfondimento sul BIM, abbiamo già discusso in merito all’introduzione di questa metodologia all’interno dei riferimenti normativi e legislativi nazionali e internazionali e dell’importanza di questo aspetto a sostegno dello sviluppo del BIM nel settore edile. La direzione di cambiamento a livello normativo tracciata in Europa e quindi anche in Italia sta contribuendo ad una più rapida diffusione del BIM tra i professionisti del settore promuovendo ulteriormente la transizione al digitale delle costruzioni.
Vogliamo in questo contributo approfondire il BIM dal punto di vista del suo impiego nella gestione degli appalti pubblici, evidenziando come il legislatore ha promosso tale metodologia in termini normativi e valutando i principali vantaggi della sua applicazione a servizio delle opere pubbliche.

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Il BIM è un metodo che consente, attraverso l’impiego di strumenti elettronici specifici, di realizzare un modello informativo dinamico che può essere condiviso tra tutti i soggetti coinvolti nell’intero ciclo di vita di un’opera pubblica.
L’introduzione del BIM negli appalti pubblici si deve all’art. 23 del Codice degli Appalti (D. Lgs. 50/2016) di cui abbiamo parlato trattando la normativa italiana sul BIM. Con il comma 13 del suddetto articolo viene conferita alle stazioni appaltanti la possibilità di richiedere con priorità per i lavori definiti complessi, l’uso di metodi e strumenti elettronici specifici. Questo deve avvenire nel rispetto della concorrenza tra fornitori di tecnologie servendosi di piattaforme elettroniche interoperabili a mezzo di formati aperti, non proprietari. È richiesto inoltre che le stazioni appaltanti siano a tal scopo provviste di personale adeguatamente formato. Si rimanda al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per la definizione di tempi e modalità per l’adozione di tali metodi presso le stazioni appaltanti. Sarà poi con il Decreto Ministeriale n. 560/2017 che si avrà l’attuazione preannunciata del comma 13 e l’introduzione della progressiva obbligatorietà del BIM negli appalti pubblici.

BIM e appalti pubblici: tempistiche di adozione

L’inizio del 2021 vede un’ulteriore passo verso la digitalizzazione con l’introduzione obbligatoria da DM 560/2017 del Building Information Modeling (BIM) per lavori relativi ad opere con importi a base di gara pari o superiori a 15 milioni di euro.
Il decreto è stato approvato e pubblicato sul finire del 2017 ma la sua applicazione risulta effettiva a partire dal 2019, così come previsto dall’art. 6 del suddetto decreto. Nel citato articolo vengono chiaramente delineate le modalità e le tempistiche con cui le stazioni appaltanti, le amministrazioni concedenti e gli operatori economici sono tenuti ad introdurre metodi e strumenti elettronici di modellazione per l’edilizia e le infrastrutture nella progettazione, costruzione e gestione delle opere. Ma vediamo nel dettaglio cosa l’articolo 6 ha sancito finora e cosa ci attende in un futuro prossimo.

Il decreto prevede sei tappe di introduzione obbligatoria del BIM a decorrere dal 1° gennaio 2019. Queste differiscono per gli importi a base di gara:
– dal 1° gennaio 2019 per le opere con importo a base di gara pari o superiore a 100 milioni di euro;
– dal 1° gennaio 2020 per le opere con importo a base di gara pari o superiore a 50 milioni di euro;
– dal 1° gennaio 2021 per le opere con importo a base di gara pari o superiore a 15 milioni di euro;
– dal 1° gennaio 2022 per le opere con importo a base di gara pari o superiore alla soglia prevista dall’art. 35 del Codice dei Contratti Pubblici (soglia comunitaria di euro 5.350.000);
– dal 1° gennaio 2023 per le opere con importo a base di gara pari o superiore a 1 milione di euro;
– dal 1° gennaio 2025 per le opere con importo a base di gara inferiore a 1 milione di euro.

BIM e appalti pubblici: introduzione di concetti innovativi

Il decreto introduce definizioni a carattere innovativo come richiesto dall’argomento in discussione per incentivare l’utilizzo di un nuovo e adeguato linguaggio comune.
In primis occorre ricordare la definizione di “ambiente di condivisione dati”, ovvero, così come il decreto lo delinea, un ambiente digitale di raccolta dati organizzata e condivisione regolata da sistemi di sicurezza per l’accesso, di tracciabilità e successione storica, nonché conservazione nel tempo e accessibilità al patrimonio informativo contenuto relativo ad un’opera. Tale ambiente è il luogo in cui avviene la gestione digitale dei processi informativi, dove si sviluppano i flussi informativi che si correlano ai processi decisionali relativi a ciascun procedimento.
Un’altra definizione rilevante è quella relativa ai “lavori complessi” che sono quelli per i quali si richiede un elevato livello di conoscenza finalizzata a mitigare il rischio di allungamento dei tempi contrattuali e dei costi previsti, oltre che alla tutela della salute e sicurezza dei lavoratori coinvolti. Nella categoria rientrano anche i lavori determinati da esigenze particolarmente accentuate di coordinamento e collaborazione tra discipline eterogenee la cui integrazione in termini collaborativi è ritenuta fondamentale.

Un altro concetto importante che viene espresso è quello di “piano di gestione informativa”. Con questa definizione si individua un documento essenziale ai fini della conduzione del progetto e per l’ottimizzazione dei flussi di lavoro. Tale documento è redatto dal candidato o dall’appaltatore ovvero dal concessionario che, in risposta ai requisiti informativi del capitolato, struttura temporalmente e sistemicamente i flussi informativi nella catena di fornitura dell’appaltatore o del concessionario, ne illustra le interazioni con i processi informativi e decisionali di quest’ultimo all’interno dell’ambiente di condivisione dei dati, descrive la configurazione organizzativa e strumentale degli operatori, precisa le responsabilità degli attori coinvolti.

BIM e appalti pubblici: adempimenti delle stazioni appaltanti

Per poter accedere alle procedure di gara utilizzando i nuovi metodi e strumenti di modellazione, le stazioni appaltanti devono adempiere ad alcuni obblighi che il legislatore riporta all’art. 3 del Decreto 560/2017. In particolare devono predisporre:
– un piano di formazione del personale con riferimento ai metodi e strumenti elettronici specifici;
– un piano di acquisizione o manutenzione degli strumenti hardware e software di gestione digitale dei processi decisionali e informativi;
– un atto organizzativo che espliciti il processo di controllo e gestione.

Per quanto concerne il primo punto, la stazione appaltante deve organizzare un programma formativo rivolto al personale di appartenenza della committenza pubblica e nel farlo può eventualmente ricorrere a servizi esterni di supporto.

Per quanto riguarda l’aspetto organizzativo, la stazione appaltante deve garantire tramite provvedimento amministrativo che i processi digitalizzati diventino parte integrante della prassi amministrativa e vengano gestiti all’interno delle proprie strutture di competenza.

In aggiunta a questi tre adempimenti all’art. 4 si discute il tema dell’interoperabilità, ovvero la capacità di collaborare in modo fluido senza perdita di dati o informazioni, che la stazione appaltante è tenuta a rispettare utilizzando idonee piattaforme interoperabili a mezzo di formati aperti non proprietari. Inoltre le informazioni prodotte devono essere condivise tra tutti i partecipanti alla gestione dell’intervento, senza che ciò comporti l’utilizzo esclusivo di applicazioni tecnologiche commerciali specifiche.

BIM e appalti pubblici: i vantaggi

Quando si deve realizzare un’opera pubblica è senza dubbio fondamentale che il progetto oggetto di bando di gara sia quanto più completo e non presenti nodi irrisolti affinché l’opera possa poi essere portata a termine nei tempi previsti e con i costi preventivati.
L’utilizzo del BIM consente di controllare in maniera efficace non solo la fase progettuale dell’opera presentata in appalto ma permette di controllarne l’esecuzione e l’avanzamento dei lavori. Si può facilmente comprendere che questo aspetto risulta rilevante non solo nel rispetto delle tempistiche di progetto quanto per la diminuzione dei contenziosi e il contenimento dei costi che possono diventare particolarmente gravosi quando entrano in gioco le varianti in corso d’opera.
Il monitoraggio costante sulle fasi che precedono la realizzazione della commessa pubblica, mediante strumenti digitali, permette più facilmente di rilevare gli insidiosi fenomeni corruttivi; a titolo esemplificativo, basti pensare alle varianti in corso d’opera che vengono proposte dall’aggiudicatario della commessa pubblica, il quale aveva presentato, in sede di gara, un’offerta al massimo ribasso per vedersi aggiudicare l’appalto dell’opera.
La metodologia di lavoro offerta dal BIM produce enormi vantaggi nel settore pubblico quali un migliore coordinamento e una produzione più veloce di informazioni che risultano precise e affidabili per sostenere il processo decisionale e incrementare la qualità dei risultati.
Nella metodologia BIM il dato è posto al centro del processo e questo fa sì che le informazioni siano continuamente prodotte ed aggiornate a vantaggio di una maggiore efficienza nell’accesso alle informazioni e una maggior cura nelle attività di progettazione ma non solo in queste. Il modello virtuale prodotto diventa particolarmente utile ad opera ultimata per la gestione della stessa nel tempo e per la sua manutenzione, confermando la chiave di lettura fornita ad inizio di questo contributo sul BIM a servizio dell’intero ciclo di vita dell’opera.
L’adozione del BIM nel settore pubblico fornisce sicuramente benefici economici, come un miglior rapporto qualità-prezzo in fase di consegna dell’opera e una qualità superiore dei servizi pubblici offerti durante l’esercizio dell’opera stessa.

Questo non è l’unico ambito in cui si possono trarre vantaggi poiché anche a livello ambientale grazie all’impiego del BIM è possibile definire ad esempio processi di acquisto materiali più accurati che comportano una riduzione dei rifiuti di cantiere. Inoltre attraverso le simulazioni energetiche in fase di esercizio è possibile contenere i consumi dell’edificato, ottimizzando l’utilizzo dell’energia.

Un ulteriore ambito che ne può beneficiare è quello sociale, dove applicando strumenti BIM-based in maniera efficace nella pianificazione e consultazione a livello pubblico si può promuovere la realizzazione di infrastrutture pubbliche ben progettate e più rispondenti alle esigenze comunitarie con conseguenti risvolti positivi sia per quanto riguarda la fase costruttiva, con luoghi di lavoro più salubri e sicuri, sia dal punto di vista dell’esercizio, con migliori risultati sulla fruizione sociale del bene costruito.
Per rendere concreto tutto il potenziale espresso, occorre che la pubblica amministrazione assolva il suo compito fondamentale di guida del processo di realizzazione delle opere pubbliche in ottica BIM attraverso la riorganizzazione delle proprie attività lavorative e la costruzione interna di competenze, con personale formato adeguatamente così da poter gestire il processo di digitalizzazione delle opere pubbliche.

Con questo articolo abbiamo indagato all’interno del nostro approfondimento sul BIM la correlazione tra la metodologia e la realtà degli appalti pubblici. La trattazione vede la centralità degli interventi normativi che il legislatore ha operato per promuovere la digitalizzazione nel settore pubblico. In ultima analisi abbiamo fornito una valutazione riepilogativa dei vantaggi che l’adozione degli strumenti BIM apporterà nella pratica di gestione delle opere della pubblica amministrazione.

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