Common Data Environment e BIM management: cos'è e come funziona? - Smart Space

Common Data Environment e BIM management: cos’è e come funziona?

Approfondimento all’interno del processo BIM per scoprire uno dei componenti fondamentali della digitalizzazione del settore delle costruzioni.

All’interno del nostro approfondimento sul BIM, vogliamo approfondire la tematica della digitalizzazione e indagare i nuovi strumenti digitali che la metodologia BIM ha introdotto nel settore dell’edilizia.
In questo contributo tratteremo il BIM management soffermandoci in modo particolare sul concetto di Common Data Environment per comprenderne il suo reale significato all’interno del processo BIM e condividere le funzionalità e potenzialità che lo contraddistinguono.

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Abbiamo già discusso sul significato del Building Information Modeling per l’edilizia e abbiamo individuato come suo prodotto immediato e visibile il modello virtuale, elaborato ad oggetti e contenitore di tutte le informazioni multidisciplinari che riguardano l’opera.
Affinché le informazioni contenute nel modello possano essere gestite e fruibili da tutti gli attori che intervengono nel processo realizzativo dell’opera è necessario che si venga a creare un idoneo ambiente di condivisione dati

Facendo riferimento al nostro comparto normativo, la definizione di questo ambiente è fornita all’interno del Decreto Ministeriale 560/2017 sugli appalti pubblici, dove viene identificato come: “ambiente digitale di raccolta organizzata e condivisione di dati relativi ad un’opera e strutturati in informazioni relative a modelli ed elaborati digitali, basato su un’infrastruttura informatica la cui condivisione è regolata da precisi sistemi di sicurezza per l’accesso, di tracciabilità e successione storica delle variazioni apportate ai contenuti informativi, di conservazione nel tempo e relativa accessibilità del patrimonio informativo contenuto, di definizione delle responsabilità nell’elaborazione dei contenuti informativi e di tutela della proprietà intellettuale”.
La normativa italiana che riguarda il CDE, oltre al già citato Decreto BIM sugli appalti pubblici, è la UNI 11337 parte 5, che lo rinomina ACDat (Ambiente di Condivisione Dati), lo identifica attraverso dei requisiti e ne sottolinea i vantaggi e gli aspetti gestionali.

Dal Decreto BIM sono già emerse due considerazioni fondamentali sull’ACDat: una riguarda la sua peculiarità di strumento per la gestione digitale dei flussi informativi e dei processi decisionali relativi a ciascun procedimento; l’altra è l’identificazione dell’ACDat quale strumento di trasparenza regolato da specifici requisiti di sicurezza e tutela dei dati personali.

Riassumendo le definizioni esistenti sul CDE (o ACDat) possiamo identificarlo come un unico ambiente digitale di condivisione di tutti i contenuti informativi che servono per la gestione di un immobile all’interno del suo ciclo di vita. Attraverso il CDE i soggetti partecipanti al processo e autorizzati all’accesso possono sperimentare un modo efficiente di lavorare: possono disporre di contenuti, modificarli o condividerli, monitorare l’utilizzo delle risorse ed essere informati sulle scadenze, quindi intervenire per ricalibrare il processo di gestione.
La norma tecnica italiana UNI 11337-5 sintetizza gli aspetti messi in risalto dal Decreto e fornisce una lista dei requisiti dell’ACDat che sono:

  • facilità di accesso
  • tracciabilità e successione storica
  • supporto a vari formati dati e loro elaborazioni
  • ricovero ed estrapolazione dati
  • conservazione e aggiornamento
  • riservatezza e sicurezza

Un procedimento in cui venga adottato un tale ambiente di condivisione dati usufruisce di diversi vantaggi, quali: un coordinamento informativo automatizzato tra i soggetti interessati, trasparenza informativa e disponibilità temporale delle informazioni, gestione automatizzata delle revisioni e aggiornamenti dati, riduzione della ridondanza dati e riduzione rischi associati alla loro duplicazione, comunicazione efficace tra le parti interessate attraverso appositi moduli e interfacce di riferimento.
Attraverso l’analisi dei vantaggi elencati, è possibile risalire a un aspetto fondamentale dell’ACDat (o CDE) che riguarda la paternità dell’informazione. Grazie alla struttura di questo ambiente digitale tutti i soggetti interessati sono in grado di conoscere chi ha prodotto una determinata informazione e il suo ruolo nel processo. In questo modo ciascuno può contribuire alla realizzazione del modello virtuale finale, ferme restando le responsabilità di ognuno in merito alle informazioni incorporate nel modello BIM federato.

 L’ACDat con le sue caratteristiche di ambiente digitale trasparente, aggiornato e accessibile in tempo reale, rappresenta a pieno i cardini della metodologia BIM. Inoltre, rispetto alle procedure tradizionali di gestione, l’utilizzo di un ambiente così strutturato innesca sui partecipanti al progetto un meccanismo di maggiore rigorosità e precisione nell’osservanza di quanto è stato concordato con conseguente beneficio sui costi e tempi di gestione di tutte le fasi dell’opera.

Per quanto riguarda la gestione dell’ACDat, la UNI 11337-5 prevede che questa rimanga preferibilmente in capo alla committenza, tuttavia contempla anche la possibilità di delega a un soggetto esterno. In tal caso, è necessario definire nel Capitolato Informativo i requisiti e compiti del soggetto gestore. Il flusso delle informazioni intercettate dall’ACDat, in entrata e in uscita, deve essere esplicitato nel Capitolato Informativo (CI). Il gestore dell’ACDat deve garantire un iter informativo coerente durante tutte le fasi del processo e l’integrità dei dati.

La norma tecnica UNI abbiamo visto che definisce i requisiti dell’ACDat ma non aggiunge indicazioni sul suo funzionamento e sulla sua organizzazione. Per rispondere in merito a questi aspetti, su cui le stazioni appaltanti sono tenute a riferire nel Capitolato Informativo, occorre rifarsi alla norma internazionale, presente anche nella versione italiana, la ISO 19650-1. Questa riprende peraltro l’esperienza britannica di strutturazione del CDE.

< Common Data Environment (CDE) concept – UNI EN ISO 19650-1 > 

Sulla base di quanto espresso, possiamo suddividere il CDE in quattro contenitori informativi (Fig. 1), che rappresentano i quattro stadi di gestione dell’informazione:

Stato di elaborazione, i documenti di ogni team di lavoro vengono depositati nel CDE senza essere condivisi con gli altri team e mantenendo divise le responsabilità, con l’accesso consentito solo ai soggetti incaricati.
Stato di condivisione, i dati multidisciplinari, che sono stati convalidati da ciascun team, vengono messi a disposizione di tutti i soggetti incaricati così da consentire il coordinamento e lo scambio delle informazioni tra gruppi di lavoro diversi.
Stato di pubblicazione, viene utilizzato per le informazioni di cui è stato autorizzato l’uso, ad esempio in costruzione di un nuovo progetto o nella gestione di un bene.
Stato di archiviazione, utilizzato per contenere tutti i pacchetti di informazioni che sono stati condivisi e pubblicati durante il processo di gestione delle informazioni nonché una traccia del loro sviluppo.

Ogni passaggio da uno stato all’altro prevede l’attuazione di un protocollo di verifica dei requisiti informativi, nello specifico abbiamo:

– una fase di controllo, revisione e approvazione interna da parte del team manager per passare dall’elaborazione alla condivisione delle informazioni;
– una fase di revisione e autorizzazione, esterna, ad opera del committente al fine di consentire la pubblicazione delle informazioni.

L’archivio dei dati costituisce la base per la definizione del Pim (Project Information Model) della fase di costruzione. Il Pim è il modello generato dalle informazioni prodotte da tutti gli attori coinvolti nel progetto che rappresenta la virtualizzazione del design di progetto e viene successivamente aggiornato per arrivare all’ottimizzazione di quanto si andrà a realizzare. La fase successiva prevede l’introduzione dell’Aim (Asset Information Model) che riguarderà la gestione in esercizio e la manutenzione dell’opera. In analogia al Pim, anche questo modello potrà essere aggiornato nel tempo per contenere le informazioni e i dati utili alle figure preposte alla gestione e manutenzione del bene.

Un’ultima riflessione sull’operatività del CDE riguarda la sicurezza e integrità dei dati condivisi. In ambito BIM la sicurezza attiene generalmente al flusso documentale, agli accessi e alla proprietà intellettuale. Come abbiamo discusso in precedenza, il CDE presenta il grande vantaggio di disporre e condividere un numero assai elevato di informazioni accurate e costantemente aggiornate, tuttavia questo aspetto può rivelarsi anche fonte di vulnerabilità e causare perdite o danni per via degli attacchi informatici o degli accessi non autorizzati. Occorre quindi prestare particolare cura alla riservatezza delle informazioni, così come alla tutela della proprietà intellettuale, che è un aspetto altrettanto delicato della trattazione in ottica BIM del processo progettuale. Ciò implica che a monte siano predisposti gli accordi necessari e le relative tutele. In conclusione, nell’utilizzo del CDE occorre prevedere il rispetto del requisito relativo alla sicurezza informatica, concetto che ritroviamo espresso sia nella definizione fornita dal Decreto BIM 560/2017, sia nella ISO 19650.

In questo articolo abbiamo approfondito gli aspetti tecnici caratterizzanti il processo BIM, indagando il CDE (o ACDat nella versione italiana), che rappresenta l’ambiente di condivisione dati per eccellenza dell’intero flusso informativo basato sul BIM. Abbiamo spiegato di cosa si tratta sulla base della normativa vigente e ne abbiamo discusso i requisiti e le peculiarità, evidenziando i vantaggi che si possono ottenere attraverso l’adozione di questo ambiente digitale.

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